mercoledì 9 febbraio 2011

staccare la spina..

non sapevo che luttazzi avesse inciso un album nel 2005 (ma scritto negli anni '70); "money for dope" è il nome del disco e della canzone finale, dedicata ad una sua amica morta per overdose...malinconica e triste, ma davvero molto bella.

giovedì 3 febbraio 2011

(senza titolo)

longanesi disse che le rivoluzioni iniziano per strada e finiscono a tavola.
un modo italico di intendere ciò che orwell, nove anni più tardi, ribadì in uno dei suoi più famosi libri (1984): "non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura".
in questo miasma di puzze filtrate dal sistema democratico mi pare evidente che non c'è scampo.
ma di questo parleremo un'altra volta.
in questi giorni non riesco a pensare, come se qualcosa di indefinito mi pesasse sulla testa suggerendomi di assopire la mente per rivolgere la mia attenzione altrove (e senza nemmeno aver tutti i torti!).

la mia rivoluzione è iniziata per strada tanti anni fa e adesso mi tocca constatare che, effettivamente, sta finendo a tavola tra un bicchiere di vino e una conversazione leggera sugli ultimi accadimenti nostrani.
sterile. anemica. livida.
mi sembra di aver già affondato le mani nel terreno  alla ricerca di queste "radici del male" e non posso non ammettere che il nodo della cravatta tende a stringersi.

(risolvi l'indovinello)

proprio qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un cd che acquistai tanti anni fa (era il 1996? 1997?) durante un concerto.
sono andato a curiosare su internet quale fine avesse fatto quel gruppo.
sciolto nel 2003, ma il suo leader è ora impegnato in un altro progetto musicale.

se dovessi ripercorrere con la mente gli ultimi 15 anni della mia vita non proverei dolore.
e le ragioni sono a monte di un pensiero che ora mi riesce difficile spiegare. o forse, più semplicemente, non c'è.

sabato 22 gennaio 2011

piove a bari, italia.

le cronache politiche degli ultimi giorni sono notevolmente noiose.
abbiamo assistito ai peggiori esempi di autoannientamento della personale dignità umana.
esempi lampanti (e sconcertanti) di bieco servilismo al potere.
non mi va di discutere sul fatto che siamo l'unico paese in cui il primo ministro è quotidianamente coinvolto da scandali di varia natura ma tuttavia riesce a mantenere le redini dell'esecutivo.
così come non credo sia utile unirmi alla voce dei moralisti di varia natura che gridano allo scandalo nonostante gli scheletri nell'armadio siano qualcosa che coinvolge tutti.
non m'importa sapere dei comportamenti discinti di alcune ragazze nè voglio giudicare l'utilizzo che fanno della propria "libertà" (e dei conseguenti profitti).
le parole resteranno inchiodate sui giornali, sui siti web, sui blog che meglio del sottoscritto riescono a diffondere opinioni e giudizi.
ognuno è libero di leggerle, rielaborarle, discuterle.
una cosa è certa: per quanto se ne parli, nulla muta.
continuiamo a nasconderci dietro il "comodo" paravento del "parlarne per prendere coscienza del degrado politico in cui tutti anneghiamo".
va bene aprire "fronti" di discussione, ma allo stesso tempo mi pare che ognuno stia ormai profetizzando il noto segreto di pulcinella.
parliamone.
ciò che resta nella storia delle umane vicende è l'azione.
l'azione, nelle strettoie democratiche, si concretizza solitamente nell'esercizio del diritto al voto. in tal caso vedremo quanto saranno ingenui o meno gli italiani.
altro al momento non è dato se non nell'ottica "voglio ma non posso" (beccatevi questa, aggiungerei, ma entrerei in una polemica, probabilmente nota ai più, che coivolgerebbe l'intero assetto democratico in cui sopravviviamo).

(intanto un diluvio ha deciso di ripulire bari, facendomi pensare che -nonostante tutto- le cicatrici restano sempre al loro posto e vederle ci aiuta solo ad evitare errori in cui puntualmente ricadiamo).

giovedì 20 gennaio 2011

sogno n. 3..

il 19 gennaio 1940 nasceva paolo borsellino...
vi ho spesso annoiato con molte cose inutili, chiacchiericcio, divagazioni fini a se stesse. ma mai con una di quelle cose cui tengo tantissimo.
lo faccio ora, riportando un testo scritto circa sei anni fa..

C’è qualcosa che non ci è dato conoscere e, ora più che mai, ci è impossibile apprenderlo pur volendolo. Fortissimamente.
Osservando i loro volti più di una volta mi sono fatto forza, mi sono dato coraggio per affrontare i miei banali problemi quotidiani di studente universitario.
Ma quel qualcosa che non mi è dato sapere mi corrode, pur nell’espressione serena e rilassata di quei volti. Nonostante gli eventi, nonostante il fardello che si erano caricati in spalla insieme ad altri pochi autonominatisi prescelti!
Caro Paolo, caro Giovanni, pur nella piena consapevolezze e trasparenza della vostra opera e attività di magistrati sempre vivo è stato un fuoco dentro di me, vivo e semplice: il vostro sorriso nella più famosa delle vostre foto scaturita da una battuta sussurrata sottovoce all’orecchio.
Siete stati restituiti alla vostra umanità! Ed ho sorriso con voi.
Vi definivano (sprezzanti) i supergiudici, gli accentratori, i professionisti, malati di protagonismo.

(è forse protagonismo amare il proprio lavoro e amare il proprio paese al punto tale di versare il proprio sangue in segno di ultimo, esasperato sacrificio?)

Fisso l’immagine su Paolo Borsellino. La sigaretta penzolante sulle labbra e l’espressione ora nervosa ora vivace di un uomo pacato, questa è la mia impressione, impressione di ragazzo innamorato e ubriaco di legalità, facinoroso nel suo “stupido” tentativo di voler bene alla propria terra. E torno ai ricordi.

Paolo Borsellino è un magistrato. Impegnato nella lotta alla mafia. Spesso ombra di Falcone ma con uguali meriti, tante volte avvocato di questi: una su tutte quando da Marsala, dove era stato trasferito, fece da controcoro subito dopo la nomina di Meli quale nuovo capo del pool antimafia (cui Falcone era il candidato più indicato).
Le sue proteste, o meglio, le sue composte osservazioni (che comunque non gli evitarono la “chiamata” dinanzi alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura) sul danno che tale nomina avrebbe provocato alle indagini condotte dal pool antimafia si sono verificate subito: spazzato via il sistema di indagine che aveva dato i frutti migliori e cioè quello di fare il processo non ai mafiosi ma alla mafia per evitare problemi di competenza giuridica, in altri parole i maxiprocessi, il lavoro si frantumò e lo stesso Borsellino, dopo l’elettrizzante esperienza a capo della Procura di Marsala che decapitò la mafia locale, ultimo superstite del quintetto che fu distrutto dalla violenza stragista mafiosa, tornato a Palermo fu inabissato di cause di poco conto, mentre cercava, d’altro canto, di lavorare il più velocemente possibile sulla strage di Capaci del 23 maggio del 1992 con uno slogan agghiacciante ma pieno di significato: “devo fare in fretta, perché adesso tocca a me!”.
È così è stato il 19 luglio dello stesso 1992, quando via D’Amelio divenne da tranquilla via soleggiata in piena estate ad un campo di battaglia dilaniato da un’esplosione che ha scosso, per la seconda volta in pochi mesi, Palermo, la Sicilia e l’Italia intera: la mafia aveva affondato l’ultimo, micidiale, colpo allo stato e ai suoi uomini migliori, quelli che Sciascia definì "i professionisti dell'antimafia" accusandoli di carrierismo: perché è da tutti far carriera nella consapevolezza di morire violentemente. Pazzesco.

Da quel giorno sono stati sprecati fiumi di parole e celebrati tanti anniversari commemorativi, fino alla recente fiction sul magistrato palermitano che, seppur genuina e certamente educativa ha tralasciato qualcosa: a mio avviso andava sottolineata più profondamente l’emotività di quegli uomini che hanno fatto immensa la giustizia italiana, l’emotività più tragica e drammatica, non erano superuomini, ma uomini che facevano il loro dovere, non erano eroi, erano persone comuni e quindi anche loro suscettibili di emozioni quali la consapevole paura del sacrificio, la pura felicità della vittoria in un processo, l’amarezza della diffidenza che li circondava nel palazzo di giustizia di Palermo, ribattezzato, a ragione, il “palazzo dei veleni”!

Io Paolo Borsellino l’ho sognato. L’ho sognato poco più di un anno fa, lo ricordo come fosse ieri. Mi alzai con le lacrime e gli occhi gonfi, arrossati. Com’era caldo l’abbraccio che ci davamo, come sembrava vero quel momento, surreale come la frase che pronunciai e ricordo ancora nitidamente: "come è strano abbracciarti, sapendo che sei morto". Poi entrambi scoppiavamo in un pianto che voleva essere uno sfogo, pieno di umanità, di forza e di coraggio.
Questo è il mio ricordo più bello del giudice che ironicamente si definiva “monarchico” al fine di dissipare ogni dubbio sulla imparzialità del suo ruolo di magistrato a norma costituzionale.
No, non poteva essere monarchico lui, lui che della Repubblica è stato paladino ed estremo baluardo come ricorda Umberto Lucentini nel suo libro su Borsellino attraverso i ricordi dei sostituti procuratori che l’hanno accompagnato durante l’avventura che Caponnetto definì “esaltante” pur se mista alla tristezza del 23 maggio e del 19 luglio.

Sono passati tredici anni dai 57 giorni che sconvolsero il nostro paese, all’epoca ero poco più che un bambino.
Si, perché quando ho conosciuto il giudice Giovanni Falcone avevo undici anni, venti giorni e una manciata di ore. Era il 24 maggio del 1992 ed ero a tavola, appena rientrato da scuola e guardavo silenziosamente in tv quel cratere infernale sull’autostrada siciliana in prossimità di Capaci devastata dall’esplosione del giorno precedente, mi domandavo cosa avesse fatto di così terribile un uomo per meritarsi quella punizione.
Il 19 luglio dello stesso anno uguale trattamento fu riservato ad un altro giudice, Paolo Borsellino.
Non mi rimase che il vecchio interrogativo di qualche settimana prima.
E quelle immagini che scorrevano sul video le ho conservate, quasi mi appartenessero...caddero nel dimenticatoio, preso dai miei giochi d’infanzia, dai miei futuri errori e mi accingevo alla mia giovinezza.

...ma sotto la cenere, il fuoco brucia!

Ricordo solo la parola che veniva collegata a quel tritolo: mafia.

In quanto italiano non potevo ignorarla, mi era nota e vicina, in un certo senso penso di averla respirata sotto la forma locale di delinquenza organizzata di personaggi più o meno noti nel mio paese dediti ad affari poco chiari, ma cosa poteva importare a me mentre calciavo un pallone con i miei amici nelle strade o scappavo insieme a loro dopo l’ennesimo vetro rotto per evitare quella che avrei conosciuto in seguito sotto il nome di “flagranza di reato”, certo si sapeva che gli autori eravamo noi, ma oltre al pallone tagliato in due da forbici o coltelli compiacenti e una ramanzina dall’anziana signora ci rimaneva l’innocente consapevolezza della nostra libertà!
Qualche anno dopo avrei imparato a chiamarla “attenuante”!

Come nei film, la frase che meglio dissipa ogni dubbio: 11 anni dopo…

Ho conosciuto la mafia per gioco, nel vero senso della parola gioco, esattamente gioco di ruolo, la cui ambientazione era negli anni 20 di una New York in pieno periodo proibizionista; preso dalla smania di interpretare al meglio il mio personaggio, andai a rispolverare dalla libreria di casa un libro che già moltissimi anni prima avevo sfogliato pigramente e imbrattato un po’ con un pennarello nero, attratto da quel mitra Thompson in copertina e dal titolo affascinante e sinistro al tempo stesso: i Gangsters...volevo apprenderne la storia, i comportamenti e i traffici e trovai invece anche un’altra cosa: la passione per un fenomeno tutto italiano e dalla geografia sterminata!
Dopo aver appreso della vita di vari capimafia, da Torrio a Gambino, attraverso i vari Anastasia, Costello, Profaci, Luciano, Genovese e Gallo mi chiesi quale fosse l’antidoto contro questo virus che aveva insanguinato le strade d’America e d’Italia...come un fulmine a ciel sereno si fece limpida nella mia mente l’autostrada sventrata a Capaci e Via D’Amelio ridotta a scenario di guerra.
Negli stessi giorni, sempre casualmente, rovistavo nella libreria alla ricerca di un libro e m’imbattei in un altro: Cose di Cosa Nostra.
Una serie di concause niente male, penso ora a mente fredda.

Dopo la passione, l’interesse!

Fino ad arrivare a questo punto, ad oggi, a questo momento in cui scrivo, fatto di letture, di ricerche e di approfondimenti; sto imparando a conoscere il “mio” Borsellino, l’uomo, il magistrato, il padre, il marito, il siciliano. Con le sue emozioni, la sua cultura, la sua fede, le sue paure, le sue lacrime, i suoi sorrisi. Ed anche le sue sigarette! Tante, troppe.
E su questo piccolo giornale prendo il mio impegno con lui: raccontarlo, raccontarvelo.
A modo mio.

lunedì 17 gennaio 2011

introduzione breve alla saga "l'egocentrismo di dio".

correva l'anno 2009 e nei primi giorni di un bollente agosto con un amico si decide di mettere su un blog.
il suo titolo è "l'egocentrismo di dio".
blog che si snoda su due semplici concetti, che trascrivo:
1) motivi del blog. citazione: <<...disse bernstein "io sono il più grande direttore al mondo, me l'ha detto dio", karajan con estrema tranquillità rispose "e quando mai te l'ho detto!"...>>. morale della favola: non nominare il nome di Dio invano!
2) conosci il tuo nemico. il blog è stato fatto in nome della legge (quella di dio e quella dell'uomo, che spesso tendono ad essere la stessa cosa). i suoi custodi, jusupov e gavrilo, racconteranno a voialtri vicende e storie di un periodo non molto lontano dal presente.
il progetto si è arenato (ne spiegherò i motivi altrove, non so quando, ma probabilmente ho iniziato a scriverli svogliatamente ieri sera).
adesso ho intenzione di riprenderlo e riportarlo all'interno di questo spazio, senza tuttavia avere la benchè minima idea di come (ri)pensarlo e mandarlo avanti.
ma una soluzione si troverà.
compresa la più facile: quella di far cadere tutto nel dimenticatoio delle cose iniziate e mai terminate.
(e non me ne voglia il buon dio).

venerdì 14 gennaio 2011

leggere è altamente nocivo..

leggendo oggi un articolo su internet ("la società depressiva" di alain de benoist) mi è tornato a mente un post scritto un pò di tempo ("piccolo manifesto del socialismo individualista") fa e meditavo sugli accadimenti dell'ultimo periodo della mia vita e sulla chiacchierata, fortunosa a dir la verità, tra il sottoscritto ed un suo parente (uno zio, giusto per intenderci) dove quest'ultimo, raccolte un pò di informazioni, ha concluso il suo discorso con una precisa esortazione "a tirar fuori i coglioni e sbatterli a terra".
e così tutto il pomeriggio, quello successivo alla chiacchierata familiare, ho pensato ad un modo per non deludere lo zio.
poi ho anche rivolto il pensiero ad una tesi oggettivamente ineccepibile: non c'è una via che porta ad aggredire la vita, ma sono i nostri comportamenti quotidiani a farlo o, perlomeno, a doverlo fare.
il che è alquanto imbarazzante data la mia natura solitamente pacifica, per non dire tendenzialmente pigra.
il che è tuttavia contrastante con la mia contemporanea abitudine di farmi venire sempre idee nuove per la testa (proprio qualche giorno fa con una persona amica abbiam buttato giù delle soluzioni per un progetto ad entrambi caro, ma questa è un'altra storia...).
volendo sommare le due cose può sembrare piuttosto facile arrivare all'ovvia soluzione e risultato per cui io sia un soggetto disturbato.
ma siccome "disturbato" non è carino, la solidarietà umana mi viene incontro appiccicandomi l'etichetta di "umorale".
io preferisco dire che mi piace divagare.
l'ho fatto.
lo sto facendo ora.
continuerò a farlo. almeno su questo spazio e, appena i miei coglioni saranno duri per il continuo sbattere a terra, vi terrò aggiornati.
nel frattempo, per consigli o reclami, potete scrivermi all'indirizzo e-mail the2sens@gmail.com.
c'è la forte possibilità che una qualsiasi delle mie plurime personalità disturbate vi risponda a suon di insulti e improperi.

domenica 9 gennaio 2011

la paura del due

che dire.
è passata ormai oltre una settimana del nuovo anno e, se vado indietro nei post, mi accorgo che il 2010 era stato aperto con un 'commento', certamente non pretenzioso, sul discorso di fine anno del presidente della repubblica.
devo dire che, mentre ascoltavo napolitano, mi è venuta alla mente la canzone di rino gaetano "aida".
mi sembrava calzante in relazione alle parole del presidente e, soprattutto, a quello che avrebbe voluto realmente dire ma, per un motivo o l'altro, ha solo accennato oppure stemperato oppure non detto affatto.
dura la vita al quirinale!
certo, personalmente ho trovato più (mi si perdoni l'ossimoro) "pacata grinta" rispetto al discorso di fine 2009, qualche bacchettata al governo è stata data (specie con riguardo alla riforma universitaria...e tutto il discorso ruotava ed era diretto innanzi tutto ai giovani) così come mi è sembrato piuttosto diplomatico il mancato (diretto) riferimento agli scontri dei "giorni caldi" (13-14-15 dicembre) se non il generico richiamo al non cadere nella trappola della violenza.
e va bene, non mi avventuro oltre per evitare le bacchettate dei miei esigui lettori!

ora, detto ciò, non so perchè ho iniziato questo post con questi brevi cenni al discorso di fine anno del presidente.
forse l'ho fatto semplicemente per una questione di "continuità" o forse semplicemente perchè avevo voglia di scrivere qualcosa.
(il secondo post dell'anno sul blog è un traguardo fondamentale! come si suol dire, non c'è due senza tre...).
nell'anno appena trascorso ho scribacchiato ben 21 interventi sul blog e il blog stesso ha avuto un'impennata di visite (alcune, sicuramente per sbaglio, addirittura dagli stati uniti...ma anche altri da un paio di paesi europei).
considerando che non mi danno l'anima nello sponsorizzare questo spazio virtuale, posso dirmi soddisfatto.

ok, fine della predica, si va avanti!

lunedì 3 gennaio 2011

23.12.2010 (true story)

bari, il ventitre dicembre duemiladieci, è una città nuvolosa e spazzata dal vento, ma al tempo stesso umida e calda.
mi presento davanti il tribunale penale, sede anche della procura della repubblica, parcheggiando ("ci metto pochi minuti" penso) sulle strisce pedonali.
un timore riverenziale mi impedisce di parcheggiare, nonostante l'ora mattutina, all'interno.
spengo il motore, guardo la mia cartellina, c'è tutto.
una volta entrato vado dritto verso l'appuntato dei carabinieri che staziona all'ingresso.
"scusi, dove posso consegnare la domanda per..." domando
"secondo piano" risponde senza farmi finire
ascensore, secondo piano.
altro carabiniere
"scusi, in quale ufficio devo depositare la domanda per il concorso..."
"oggi che giorno è?"
"ventitre dicembre"
si volta verso il muro, c'è un foglio a4 con sopra scritto che le domande vanno depositate entro il 23.12.2010
"in fondo, seconda porta, dopo la colonna"
mi trovo di fronte la seconda porta. busso. entro.
un gruppo di cancelliere e operatrici chiacchierano "come se non ci fosse un domani" (cit.)
"devo depositare la domanda..."
"prego, dalla dottoressa"
la dottoressa è cordiale e mi chiede nome e cognome
batte lettere sulla sua tastiera.
poi mi chiede la domanda, i documenti e la foto.
appone un timbro, una data e una firma.
gira il monitor verso di me. con il dito mi indica una scritta.
"domanda inviata il 21.12.2010 e consegnata il 23.12.2010, va bene?"
"va bene"
"arrivederci e buon natale"
"arrivederci, auguri"
scendo a piedi cercando già una scusa per giustificare la mia assenza nella primavera romana.
all'uscita i segni.
pezzi di intonaco sono appena crollati dalla facciata esterna del palazzo e per poco non hanno preso in pieno una signora.
un addetto si giustifica chiedondosi come possa essere accaduta una cosa del genere (mente sapendo di mentire).
volto lo sguardo e incrocio gli occhi di un noto sostituto procuratore che assiste alla scena mentre si avvia verso la porta d'ingresso.

l'interpretazione dei segni:
1) la giustizia cade a pezzi.
2) c'è gente più competente del sottoscritto.

morale dei segni:
la mattina del ventitre dicembre duemiladieci potevo dormire un altro pò e andare, taciturno e selvaggio, in studio senza proferire parola.

(tutto ciò mentre a foggia si guardano documentari sulla legalità e si contesta l'interpretazione dei segni con altra fondata su fervide fantasie)

post scriptum: il presente post non è mai stato scritto e può essere utilizzato contro chiunque sostenga il contrario.

giovedì 30 dicembre 2010

per esempio potresti scrivere..

(interno, sera - sottofondo e suggerimento musicale durante la lettura: "comptine d'un autre ete: l'apres midi", yann tiersen)



per esempio potresti scrivere quello che si era e quello che si voleva essere.
e poi quello che si è diventati davvero.
per esempio potresti scrivere cosa è un'opportunità e cosa si prova quando la si coglie.
poi cancellare tutto per non ricordare cosa si prova quando sfugge. l'opportunità.
e pensare che spesso le lacrime che ci scivolano addosso tendono ad essere assorbite dalla pelle per restare dentro di noi e lasciare nitido un ricordo, più ricordi.
è sempre bella la vita, anche quando le sfumature sono grigie.
sapere che la sofferenza passa, che il peggio si supera, che si cambia per restare sempre uguali, rimanere identici a se stessi.
per esempio potresti scrivere cosa ti ha dato un cambiamento. o cosa ti ha tolto. e, in quest'ultimo caso, cosa hai fatto per riprenderti la vita.
per esempio potresti scrivere che una lacrima non è mai così male, se pensi che dopo arriverà un nuovo sorriso.
sapere che il cielo torna sereno dopo il temporale, che le strade si asciugano dopo la pioggia.
per esempio potresti scrivere di essere legato ad una canzone.
per esempio potresti scrivere di pensare spesso al passato.
per esempio potresti scrivere di pensare ogni minuto il presente.
per esempio potresti scrivere di pensare al futuro lasciandolo libero da catene.
sapere di non sapere cosa ci riservano le nostre scelte.
e sapere che comunque sono le scelte migliori.
liberarsi dai "se", sciogliere i "ma". pensare "sono, perchè sto vivendo".
continuo ed incessante divenire.
per esempio potresti scrivere che il senso delle cose non è in quello che vogliamo, ma in quello che già abbiamo.
per esempio potresti scrivere di aver imparato a perdonare perchè il rancore ti ha insegnato che l'odio non porta nulla.


e pensare che non ci si debba aspettare nulla da una risposta. se non una testimonianza oggettiva di quel che si è diventati.
sapere che non ci sono errori, ma c'è esclusivamente un disegno che spesso sfugge.
per esempio potresti scrivere di non aver mai compreso il coraggio, se non quando si è riusciti a superare la paura.
per esempio potresti scrivere che ad oltre mille chilometri di distanza qualcuno potrebbe aver vissuto la tua stessa gioia, il tuo stesso dolore, le tue stesse emozioni.
e pensare che il mondo è fatto di fili luminosi che splendono ognuno di un colore diverso. uno per ogni sensazione. uno per ogni pensiero. uno per ogni volta in cui si macchia un foglio d'inchiostro.

domenica 19 dicembre 2010

preludio..

(io m'inchino)

mercoledì 15 dicembre 2010

2 giorni (opportunità, speranza, rabbia)

giorno uno - 13 dicembre 2010

accusatemi pure.
non ho seguito con la dovuta attenzione le italiche vicende legate alla mozione di fiducia in discussione al senato ed alla camera.
seguo distrattamente e svogliatamente i titoli internet dei quotidiani, leggo qualche articolo, guardo qualche video.
la parola chiave è: opportunità.
il premier ne chiede un'altra.
l'opposizione non vuol perdere quella di mandare il governo a casa.
il presidente della camera ne ha una per capire la forza reale del suo gruppo politico.
e il paese?
il paese sta alla finestra. spaccato in due.
anzi in tre.
la parola chiave del paese è invece speranza.
gli elettori del centrodestra sperano che il loro campione resti in sella.
gli elettori del centrosinistra sperano che il loro avversario capitoli e sparisca per sempre.
i (futuri?) elettori del movimento capeggiato dall'ex leader di alleanza nazionale sperano di passare la cruna dell'ago.
nel frattempo non è mancata la solita razione di insulti e disordini.
il tutto condito da un'atmosfera natalizia che di buono sembra avere solo i soliti propositi.


giorno due - 14 dicembre

diciamo anche 3 buoni propositi.
l'italia mantiene il suo governo. e allora ti viene da pensare che nel paese della precarietà assoluta anche il governo deve poggiare le sue basi sulla precarietà.
una par condicio abbastanza condivisibile.
e così mentre i ragazzi menano i poliziotti perchè altro non possono menare e i poliziotti menano i ragazzi perchè altro non possono menare, la lezione di pasolini viene dimenticata.
il sistema democratico ha legato le mani dei facinorosi, si è dotato dei mezzi (altrettanto democratici) per evitare che una guerra civile possa realmente esplodere da un momento all'altro.
in un sistema dove tutti sono coinvolti, anche la rabbia è fine a se stessa: senza programma, senza idee, senza un leader.

domenica 12 dicembre 2010

l'ago, la bilancia e la piuma..

"quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore, a quella gente consumata nel farsi dar retta un amore così lungo tu non darglielo in fretta..."

diceva fabrizio e io invece volevo sempre alzare la mano ma poi preferivo restarmene con i pugni ben chiusi e le braccia allungate nervosamente sul banco, capo chino a fissare le scritte che annunciavano una rivoluzione sessuale che all'epoca non potevo comprendere.




"...non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole..."




poi ti spiace perchè l'ironia sottesa alle tue parole non viene del tutto compresa. o forse una risposta critica alle tue parole ironiche ti sembra troppo seria. o forse, ancora, le parole spesso hanno un peso che nn riusciamo a cogliere.
anche quando a pronunciarle siamo stati noi.

domenica 5 dicembre 2010

intervallo

ma parliamo di politica.
uichilics ha sputtanato, come se non bastasse quello che già sta accadendo in casa nostra, il premier italiano.
quest'ultimo, contrariamente a quanti molti pretendono, resterà in sella finchè ne avrà voglia. e ne ha tantissima, di voglia!
è un vero peccato vedere un popolo chiedere le dimissioni del primo ministro e sentire quest'ultimo affermare che il 60% (o giù di lì) degli italiani è dalla sua parte.
è chiaro che c'è un problema.
è chiaro che il problema, sin dai tempi dell'unità, non è l'italia, ma l'italiano (e non la lingua).
d'altronde se l'opposizione vede la chiave di volta nel presidente della camera, non ci vuole molto a capire che c'è un ulteriore problema nell'italico sistema parlamentare.
dunque non stupisce che nella medicore democrazia italiana a governare sia il capo dei mediocri.
(facile profeta, o massimo fini!)
poichè il sistema democratico impostoci non consente più le guerre civili, per quanto probabilmente ce ne sia un gran bisogno di questi tempi, è chiaro che si è svuotato anche il senso dello scioperare.
le grandi manifestazioni (studentesche, operaie o comunque sociali) che un tempo hanno "fatto" l'italia (senza contribuire, ancora una volta, a fare gli "italiani") ci sembrano così lontane e i meccanismi distorti della apparente libertà concessa adesso hanno creato, da un lato, una generazione di sbandati e, dall'altro, un piccolo nucleo di persone che vuol fare la guerra senza soldati!
mentre ci apprestiamo a celebrare i 150 anni di unita disomogeneità, continuiamo a domandarci chi sono (e dove sono) gli italiani..


mercoledì 1 dicembre 2010

fate un pò come cazzo vi pare...

primo dicembre. tempo di bilanci.
scorro un pò gli interventi postati nel corso dell'anno e confesso.
confesso che alcuni, a cominciare dagli ultimi due, erano "roba vecchia" scritta due, forse tre, forse più, anni fa.
fine del bilancio.

ho scritto che il futuro è andare in giro nudi per casa.
mentivo.
il futuro è andare in giro nudi ovunque.
una mia amica ha detto che sono capace di creare casini incredibili e che non ho la capacità di ascoltare i consigli.
probabilmente ha ragione.
ma ascoltare consigli serve solo a fingere di avere la coscienza a posto.
io credo invece che tutto quanto una persona faccia, lo faccia in assoluta buona fede. e finchè agisce lo fa perchè ci crede realmente.
il contrario non avrebbe senso.

"mi si taccia di egoismo"
"non è vero?"
"no, nella misura in cui tutti siamo egoisti"
"non è vero!"
"è vero nella misura in cui tutti dicono di essere altruisti"

poi non ammetti repliche, perchè sei abbastanza egoista da ritenere di avere ragione.
almeno nella misura in cui tutti crediamo di avere ragione.
e alla fine non si sa dove sia, la ragione!

non a caso il titolo di questo post: punto fermo nei fenomeni oscillanti!

domenica 28 novembre 2010

un dialogo..

‘non ha alcuna importanza che la tua impostazione sia legittima o non lo sia affatto’
le sue parole rintronano nella stanza mentre fuori avanza il buio del primo inverno
‘quello che conta è che la tua tesi sia vincente’
ogni tanto qualche goccia di pioggia graffia il vetro del finestrone che da sul balcone
‘se sostieni la tua tesi con convinzione, troverai sempre qualcuno disposto a sposarla’
i clacson delle macchine interrompono il silenzio
‘ecco perché non devi farmi queste domande’
finora, se ci penso, non è passata nessuna ambulanza e lo stesso dicasi per le pattuglie della polizia…la città è davvero sicura oggi?
‘un problema è tale solo quando si presenta’
penso che dovrei sedermi, invece resto in silenzio dietro la poltroncina con le mani bloccate che stringono il poggiaschiena
‘prepararsi ad affrontare un problema non significa essere in grado di superarlo’
già, ma prevederlo aiuta ad essere forti
‘intuirlo è solo una questione metafisica; la preparazione di un uomo non si vede dalla previsione di un problema, ma dalla capacità di saperlo affrontare in qualsiasi momento’
dovrei tenerli per me certi pensieri, come d'altronde sto facendo
‘la concentrazione deve essere una: sul tuo risultato’
è strano come i telefoni, solitamente trillanti, non squillino nei momenti più opportuni in questo studio durante queste situazioni
‘poi, il resto non conta…devi mordere l’avversario, agire con la mentalità del vincitore…diciamo anche del superuomo’
in realtà una volta capitò –che un telefono squillasse– e la scampai bella su una domanda cui non ero assolutamente in grado di rispondere, ma fu molto tempo fa…quanti anni sono passati?
‘l’ambizione non è una cattiva cosa se non la si intende con arroganza: essere tra i più bravi, se non il campione, nel proprio lavoro non significa perdere il contatto con la realtà’
tanti anni…
‘l’affermazione contraria è diffusa come un virus nocivo da chi non sa cosa fare della propria vita e la spreca o, comunque, non ne fa nulla di buono’
la prima volta lo vidi in televisione, sembrava tutto tranne che lucidamente severo
‘ma non voglio dir nulla di cattivo…ognuno è arbitro di se stesso, ma se tu vuoi restare qui devi conformarti al mio modo di vedere le cose’
ma anche quella volta era tanti anni fa…


morale della favola: finchè puoi, credi obbedisci combatti