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mercoledì 2 gennaio 2013

apertura con ramones..

negli ultimi due anni, e ciò val bene una tradizione, avevo dedicato il primo post al discorso del re (giorgio).
però il 31 sera avevo ben altro da fare, ma soprattutto nessun interesse ad ascoltare un discorso che si preannunciava più inutile degli altri.
allora sono rimasto a tavola in attesa che mio padre (vero tradizionalista) e altri partecipanti alla cena finissero di prestare attenzione alla scatola rumorosa.
i primi commenti su feisbuc, fatti da gente seria - ci mancherebbe -, confermavano che la mia scelta era stata facile profezia (a tal proposito ringrazio il mio amico che ha postato in maniera eloquente e secca: "dopo il messaggio di napolitano comincerò il 2013 grattandomi i coglioni").
quindi sono passato immediatamente agli antipasti.
poi mio padre (sempre lui) come ogni anno ha stappato con cinque secondi di anticipo la fine dell'anno dell'amicizia fortunatamente ritrovata e l'inizio del nuovo.
infine il pensiero ad un papà che non c'è più e che, quest'anno più che mai, ci è mancato.

domenica 1 gennaio 2012

dal presidente operaio al presidente sindacalista..


Avevamo salutato con tiepido ottimismo il discorso del Presidente Napolitano del 2010, allorquando sembrava esser riuscito nell’ardua impresa di solleticare nei giovani italiani la voglia di rivalsa.
È passato un anno politicamente ed economicamente complesso e così quell’auspicio si è trasformato in una drammatica presa di coscienza.  
Ci saremmo quindi aspettati un discorso più pragmatico. 
Ed invece, ahinoi, ci ritroviamo a condividere le parole del pagano Calderoli, secondo cui, dato il curriculum del titolare del Quirinale, il Presidente della Repubblica “avrebbe potuto fare un esame di coscienza su quello che non si è riuscito a fare fino ad oggi”. 
Certamente possiamo replicare all’ex Ministro leghista che non conviene parlare di quello che “non si è riuscito a fare fino ad oggi”, dato che sino a ieri avrebbe dovuto (anche) farlo il Governo di cui era parte. 
Ma questa è un’altra storia. 
Le parole chiave di Napolitano sono quelle già sentite da Mario Monti: sacrifici, rigore, crescita.  In sottofondo l’ormai sbiadito ricordo del 150° anniversario dell’unità nazionale.
Nulla di nuovo sotto il cielo di un’Italia che si apprestava, statistiche alla mano, ad un cenone di fine anno divenuto semplice cena. Ma ciò che più ci ha colpito del discorso del primo cittadino italiano è stato il lungo deja vù con cui il Presidente ha simbolicamente trasformato la scenografia istituzionale in una officina operaia. 
Non è infatti passato inosservato il richiamo “gentile” ai sindacati, invitati a ricordare il periodo storico in cui furono capaci di “esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale”. 
Vedremo come reagiranno i tre moschettieri, nuovamente a braccetto sotto l’egida del dictat “o noi o le lobby” che per un attimo ci ha riportati al tempo in cui o si era con Lui o contro di Lui. 
Sul punto, da par nostro, suggeriamo alla Camusso di cambiare parrucchiere. 
Alla fine della corsa rimane dunque un senso di smarrimento affogato con solerzia in un piatto di spaghetti alle vongole. 
Domani è un altro giorno.


(www.paginaprima.it